La Mensa dei Bambini a Milano

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Vista parziale della Mensa dei Bambini a Milano. ACDEC, Fondo Israel Kalk, album IV – La Mensa dei Bambini.

Nel dopoguerra Israel Kalk raccontò così la nascita a Milano della “Mensa dei Bambini. Opera di assistenza e protezione dei bambini ebrei profughi”:

“…nei mesi di giugno, luglio e agosto [1939 ndr ] sono giunti in Italia, muniti di regolari visti rilasciati dalle autorità consolari italiani, diverse altre migliaia di profughi, ebrei considerati tali nei loro paesi d’origine, Germania, Austria o Cecoslovacchia. Di questi circa 2000 si erano fermati a Milano, mentre gli altri si erano diretti verso Genova, Trieste, o le altre città della penisola. La maggior parte dei profughi contava di trattenersi nel paese per un periodo più o meno breve, cioè per  il tempo strettamente necessario a portare a termine le pratiche di emigrazione oltre oceano, già iniziate prima di lasciare il loro paese.

I profughi adulti passavano generalmente la loro giornata nelle anticamere degli uffici consolari nella speranza d’accelerare così il conseguimento dei visti, nei corridoi delle Questure o nei mandamenti dei vigili per provvedersi dei necessari fogli di soggiorno, nei vari uffici dei viaggi per studiare le rotte dei piroscafi diretti verso i più lontani paesi, a correre da uno spedizioniere all’altro per assumere informazioni circa la spedizione dei loro bagagli, a fare la coda agli sportelli del Monte di Pietà dove impegnavano i loro ultimi oggetti di valore e nei locali dei comitati esistenti ancora a quest’epoca, oppure nei vestiboli delle case di ebrei notoriamente benestanti per avere qualche sussidio, onde far fronte alle necessità non differibili. E infatti la maggior parte dei rifugiati si trovava in condizioni assai difficili, essendo completamente sprovvista di mezzi, poiché in base alle leggi tedesche, potevano lasciare la Germania portando con sé soltanto dieci marchi in danaro, nessun oggetto di valore all’infuori dell’anello nuziale e pochi oggetti di vestiario.

Particolarmente triste era la situazione delle centinaia e centinaia di bambini di questi profughi, che giravano a gruppi per le strade ed i parchi cittadini, affamati e – si può dire – abbandonati a sé stessi.

Conoscendo casualmente nei giardini pubblici un gruppetto di questi bambini profughi ed intavolata una conversazione, li abbiamo invitati a una merenda in una latteria vicina, invito accettato dopo aver superato la diffidenza iniziale. All’appuntamento che ci siamo dati per l’indomani, il gruppo dei bambini si era già accresciuto di qualche unità mentre il giorno successivo era diventato ancora più numeroso. Il primo giorno la merenda era stata consumata in silenzio, ed a malapena si era riusciti ad avere risposta circa il nome, la provenienza, la composizione familiare, l’indirizzo ecc. 

Queste sedute quotidiane divennero poi sempre più animate, i piccoli divennero sempre più loquaci, si finiva anche con l’intonare qualche canzone popolare  in “jiddish”, cantata in coro… ed il locale della latteria si era trasformato in un vero e proprio club. 

A poco a poco i racconti dei bambini ci hanno permesso di renderci conto delle loro dolorose vicissitudini, delle sofferenze patite, della tragica situazione e soprattutto delle prospettive assai incerte per l’avvenire. Intanto anche i loro genitori si erano fatti coraggio ed avevano preso l’abitudine d’attendere all’uscita della latteria per raccontarci ognuno le loro dolorose vicende e per sottoporci il proprio caso, per chiederci consiglio ed aiuto. 

Essendo il locale della latteria diventato insufficiente per contenere i bambini aspiranti alla merenda ed anche inadeguato come sede di un ufficio d’assistenza sociale, siamo venuti alla determinazione di procurarci un recapito proprio e nello stesso tempo abbiamo messo allo studio il progetto d’istituire un’opera d’assistenza materiale e protezione morale dei profughi di Milano, abbandonati a se stessi senza aiuto e senza consiglio. 

Per poter attuare questo nostro progetto ci siamo assicurati la collaborazione d’alcuni amici ed abbiamo deciso di costituirci in comitato promotore. Tale comitato, composto in principio di sette membri – dei quali sei ebrei stranieri cittadini d’altrettanti paesi diversi, domiciliati da molti anni a Milano – si trovò ben presto in crisi, e ciò perché uno dei membri si era dimesso dopo poche sedute a causa di divergenti vedute ed incompatibilità di carattere, un altro aveva cessato la collaborazione perché emigrato negli Stati Uniti d’America, ed un terzo impedito d’occuparsi dei profughi perché era stato inviato in un campo di concentramento. I rimanenti quattro, Leone Feiwel, ebreo polacco, Carlo Krivacek, ebreo slovacco, Arch. Manfredo D’Urbino, ebreo italiano, e lo scrivente, del microscopico comitato erano persone senza alcuna influenza e di condizioni modestissime, e per  giunta dovevano lavorare tutto il giorno per procacciare i mezzi di sussistenza per le proprie famiglie. Potendo personalmente contribuire in misura molto limitata, si era proposto di procurare l’adesione d’amici e conoscenti disposti a finanziare l’opera d’assistenza da loro istituita. Per facilitare questa ricerca di aderenti è stato preparato il testo d’una lettera-appello da indirizzare alle persone prese di mira quali probabili finanziatori dell’opera […]. In questa lettera-circolare, si attirava l’attenzione sulla dolorosa situazione dei bambini profughi , costretti a condividere le ansie e la fame dei loro genitori e si chiedeva al destinatario di voler ammettere alla propria tavola un bambino, oppure assumere a proprio carico le spese inerenti alla somministrazione d’un pasto giornaliero in una mensa collettiva in via d’istituzione. 

Tutte quante le persone interpellate s’erano opposte all’idea di dover offrire un posto al proprio tavolo ad una persona estranea, anche se si trattava d’un bambino profugo, e tra i due “mali” scelsero perciò il minore, quello cioè d’offrire un contributo in denaro. Va anche soggiunto che nel versare il primo obolo tutti gli aderenti hanno ritenuto necessario formulare le più ampie riserve circa l’assunzione d’impegni a carattere continuativo. 

Senza lasciarsi scoraggiare dalle difficoltà incontrate nell’esplicare la loro opera e dalla poca comprensione dimostrata dal pubblico ebraico per il problema dei profughi in generale e per la situazione dei rifugiati a Milano in particolare, i membri del comitato hanno iniziato una campagna chiarificatrice sulla questione, campagna che coll’andare del tempo ha cominciato a dare i suoi frutti ed ha permesso alla “Mensa dei Bambini” di svilupparsi continuamente e di estendere gradualmente il suo campo di lavoro ed il suo raggio d’azione. 

Se all’inizio lo scopo che c’eravamo proposto era assai modesto e consisteva in una mensa per sfamare i bambini di Milano, a poco a poco allargammo il nostro campo di attività ad altre categorie di profughi particolarmente bisognose, come i malati, i vecchi, le donne. La nostra attività, limitata in principio soltanto ai profughi di Milano, è stata successivamente estesa anche ai profughi internati nei campi di concentramento e nelle località di confino libero delle varie provincie, nonché ai malati giacenti nei tubercolosari ed ospedali delle diverse regioni italiane.”

(I. Kalk, “L’opera di assistenza sociale ebraica Mensa dei Bambini di Milano” bozza, [s.d.]. ACDEC, Fondo Israel Kalk, b. 1, fasc. 2).

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Ingresso di via Guicciardini, oggi [Foto di Aurelia Raffo, in Francesca Costantini, I luoghi della memoria ebraica a Milano, Mimesis, Milano 2016]

Nell’immagine qui sotto, si può vedere via Guicciardini 10 sulla mappa odierna di Milano

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